martedì, 05 agosto 2008 | in : musica, orgoglio, black light bruns
Qualcosa si muove, e lo fa in via del tutto ufficiale!
I Black Light Burns, all’alba del nuovo album, si firmano OBL, “Ordine della Luce Nera”.
Ed avevo già spiegato a suo tempo che questa ardua definizione, non ha nulla a che vedere con correnti malsane, esoteriche o peggio sataniste, di pensiero.
E’ l’enorme potenziale di qualcosa di apparentemente inesistente (di per sé la luce nera è solo una bellissima ambizione metafisica ma un’eresia fisica) un bene inespresso ed incompreso, frainteso da tutti come male. (per ulteriori chiarimenti dare un’occhiata curiosa qui e qui)

Va detto che questa era una mia congettura, ma veder ora nel loro sito, Wes Borland firmarsi “Ordine della Luce Nera”, mi fa sentire organo propulsore di un pensiero teso a svilupparsi e diffondersi cazzuola! Si ok, forse è solo una coincidenza, quanto basta per impettirmi. Mi concedo di rilassare l’orgoglio per poter sospirare ansioso per quanto riguarda il nuovo album.

10 cover dei gruppi che più hanno inspirato Wes Borland  e 7 inediti. Tutto arricchito da un dvd grondante di contenuti speciali, quali materiale live, backstage, videoclip e chicche d’ogni genere. Ed una graditissima t-shirt che riprende appunto il tema del OBL!

Il tutto per 25 ragionevolissimi dollari (non ricordo a quanto sta il cambio con l’euro, fate voi i conti, ma mi pare un prezzo ben congeniato) Questa l’offerta di cui usufruirò. Perché come in voga di recente per i grandi musicisti innovatori, la seconda grande fatica dei Black Light Burns è disponibile in 4 diversi bundle, scaricabili dal sito ufficiale o inviabili per posta tradizionale.
Da quello gratuito, che prevede un piccolo assaggio del nuovo album, alla regale versione Deluxe, contenente ogni ben di Dio, incluse le serigrafie dei quadri più belli di Wes (ascoltate un cretino, Wes pennella trucido e tagliente con la chitarra quanto col pennello!), il loro primo album, autografi a vario titolo, e tutto quanto compreso nei bundle inferiori.


Questa d’altronde, è l’art-work del nuovo album, ovviamente opera di Wes. Già mi ha fatto disperdere in terra litri di desiderosa saliva. Già, con la certosina pazienza del modemista a 56chilobastardate al secolo, ho messo in download la piccola anteprima, ma non escludo un colpo di testa per accaparrarmi il bottino pieno!!!

This dark fever is unstoppable
This burning chill is unstoppable
This blackest wish has taken hold
I'm sorry it cannot be controlled

(I have a need - Black Light Burns)


E con un promessa di fertilità artistica, Wes avrebbe dichiarato che non manca molto per completare il terzo album!!!!
I crampi al cervello sono iniziati alle 20:24 ma dureranno a lungo | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 24 giugno 2008 | in : musica, tecnologie, orgoglio, costume e società
Nella mia giovine vita si sono alternati più lettori multimediali che non donne. Il che sembrerebbe una candida ammissione di sfiga e inesperienza, un rinculo tremendo di sociopatia brufolosa, acne e tante di quelle patologie adolescenziali.
“Le ragazze non mi guardano.”
“Mi sento a disagio col mio corpo.” eccetera eccetera…
Ebbene la realtà è più atroce. Nelle mie mani si sono spenti, senza più riavviarsi, una quantità davvero sconsiderata di lettori mp3. Quasi sensato dire che ho alternato i player multimediali come se fossero mutande la mattina dopo la doccia. Non ho esagerato di molto, purtroppo.
Tante circostanze, tante modalità di guasto, tanti soldi sprecati. Fino a quando non mi sono armato di assennatezza e un capitale piuttosto sostanzioso per affrontare l’investimento più lungimirante della mia carriera di avido ascoltatore musicale. Va infatti spezzata una lancia a  favore della sfiga, ben agevolata dall’imprudenza dei miei acquisti. Ad essere onesti i miei lettori, non hanno mai sfondato il tetto dei 50 euro, fascia nella quale si attestano i piccoli di qualità ed i capienti da mercato cinese. E vi lascio intuire per quali propendessi, tanto dar rendere insensata ogni forma di protesta, se uno se la va a cercare la paccottiglia d’altronde…

Per lasciarsi alle spalle la capienza scrausa hand-made in China e gongolarsi di tanti bei file mp3 duraturi nel tempo, bisognava almeno raddoppiare quel budget, e così, stufo di quei prematuri addii, mi sono orientato verso IL MIGLIORE LETTORE MULTIMEDIALE DEL MERCATO!
Ora tutti quelli che posseggono l’I-pod si saranno gonfiati come faraone farcite, ma è un attimo a tarpare le ali di questi volatili arrostiti.
Infatti il miglior lettore sul mercato è il CREATIVE ZEN, un rapporto qualità-efficienza-robustezza-prezzo che lo stiloso gingillo Apple si sogna lontanamente di riservare alla fascia medio-pidocchiosa di utenti musicali. Sarà che ODIO quelle campagne pubblicitarie improntate a giustificare un prezzo esorbitante con un certo stile del brand. Eh si, perché l’I-pod è così discreto e microinvasivo che te lo ficchi nel culo e non lo caghi più… lo scoreggi in aria come una melodia, la tua melodia preferita! L’I-pod è figo, è carino, è piccolo, costa un occhio e lo carichi di musica a patto di usare ESCLUSIVAMENTE il player multimediale I-tunes.
Il Creative Zen non si formalizza con tante etichette… è ingombrante appena come 3 carte di credito sovrapposte, socializza ben volentieri Media Player, Winamp, RealMedia che siano e la sua funzionalità non ha un cazzo da invidiare alla mela mozzicata. Anzi…
Ora potrei anche arricchire la discussione di altre gemme tecniche che impreziosirebbero il giudizio del Creative Zen, ma non è questo l’aspetto rilevante di questa riflessione.

L’aspetto di questo fantastico lettore che mi ha lasciato veramente basito, al limite della commozione, è tutt’altro.
Ero di ritorno dalla mia consueta uscita in bici, mi fermo fuori a rifiatare, appoggio il lettore ad una panchina appena fuori l’uscio, ed ancora stremato lo dimentico lì sotto il cielo già roboante dell’ennesima tempesta. Era appena qualche giorno fa, nella prima metà di questo giugno autunnale. Io ero al riparo sotto il letto, da buon animaletto timoroso dei fulmini.
Mentre il mio Creative Zen era impavidamente all’aperto a bersi un intero temporale di una buona mezzora. Una dose letale, che avrebbe ubriacato fino al coma etilico qualsiasi dispositivo elettronico. Mi piace immaginare che questo abbia sfidato Zeus chiedendogli di scagliargli contro anche una saetta. E lui, ancor più coraggiosamente, abbia ingoiato tutti quei prepotenti watt giusto come se fosse stato messo sotto carica per un po’ più del dovuto.
Io, lì sotto il letto a tossire polvere, a implorare la fine del diluvio. Ero ancora ignaro della sua epica disfida al giugno autunnale. Esco dalla mia tana solo quando ho la certezza che le saette siano finite, e mi appresto quindi ad uscire. Ma dov’è il mio fido lettore? Compagno di mille ascolti, di ottime visioni audiovisive… infatti, pur senza essere voluminoso, ha uno schermo che l’io-podere se lo sogna. Eppure era qui con me a proteggermi dai fulmini, giusto? Oh, mio dio! Preoccupato per la scena straziante a cui stavo andando incontro, mi precipito giù per le scale e lo ritrovo sudato fradicio dopo l’epica lotta.
<<Ecco, ho ucciso anche il mio migliore amico… forse è destino che io resti solo a vita senza musica d’asporto…>>
Faccio per compiere l’ennesimo ridicolo tentativo di rianimazione ed invece si compie il miracolo.

Lo Zen Creativo, canta, salta e balla come non mai, è in piena salute come se fosse stato tutto il giorno stravaccato ad abbronzarsi… è un gran beone tale e quale al suo padrone, che bello essere così in sintonia!

Waterproof addirittura! Scommettiamo che l’io-podere avrebbe vomitato tutti i suoi micro-microchi o sarebbe annegato in un tombino?
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sabato, 17 maggio 2008 | in : myself, riflessione, costume e società, birrette
Insipide riflessioni da falsa partenza, da primavera col sole scialbo, quel finto dolore che imprimo negli sguardi che incrocio… dai, in fondo non me la passo così male, ma è rassicurante far credere che sia così, mi evita di espormi, mi risparmia da confronti per cui oggi sono impreparato.

Non ho trovato di meglio che condividere la serata con l’anestetico che scende giù, e poco alla volta assopisce la confusione… tranquilli, è solo birra, molto più innocua di questa pioggia che ha addormentato l’estate e il sole, pigro come un ormone che non vuol saperne dell’harem appena sbarcato al suo fianco. Forse nemmeno si sono accorte le damigelle di aver invaso una solitaria quiete, aggrappata ai pensieri grigi e piovosi del bloc-notes.

Le lente gocce stillate e bevute con parsimonia dall’intera comitiva, non portano rispetto allo scroscio rapido dei miei boccali… come un rubinetto aperto che rende la notte insonne, al cospetto di un ruscello rigoglioso che orchestra l’armonia della natura; l’ordine (in)naturale delle cose insomma… subito ristabilito dagli smalti che crepitano nervosi sui tavoli, spaginando le mie idee serene.

              -    Raga… dove andiamo poi a farci un aperitivo serio?
              -    Non so… qua non mi sembra tanto chic, dove andiamo?
              -    In quel locale poi… dio che gentaccia…

Mi avranno confuso con l’arredo, perché continuano a cicalare come se non esistessi e fosse implicito che avrei dovuto confrontarmi da mosca bianca al loro frastuono.
Eppure sono loro quelle terribilmente indecise sul da farsi, mentre sulle mie coltri innevate, sbucano tenaci germogli neri di parole, i più bei frutti di un’ingrata natura. Anche se tutto è annotato con mostri sghembi, geodi di “a” e di “o”, fulmini di “i”, gole e crepacci di “u”, chiocciole ritorte di “e”… cinque gentili dame che sposano con voto di eterna fede, sedici impavidi cavalieri, storti, rabberciati da una mano frettolosa e arruffona sul foglio umido di pioggia e birra, di solitudine cercata in mezzo al caos. E’ un armonioso incesto il mio banchetto conviviale  di lettere, di più corrispondenze amorose alla volta senza scandali.
 
Non altrettanto si può dire della copiosa pioggia. Non quella del maggio uggioso coi vetri pieni di lacrime, ma quella di patetiche cazzate da inorridire. Perché tendere un orecchio verso quel nulla sfumato di rosa che non voglio percepire? Saranno per certo le cafonerie corrispettive di figa-calcio-sbornie… se solo avessi potuto brindare tra rudi pacche sulle spalle per una scopata, per un gol da lontano, per sei pinte senza vomitare…

Ma per oggi va bene così. Bere, osservare, scrivere nel mio ossequioso silenzio, che non turberò con un numero ad effetto, un azzardato ingresso in scena, un vile spaccio di testosterone per socievolezza, un’ascesa sociale memorabile, un pezzo da novanta da tramandare agli amici, quando brandiremo in aria le birre come sconsiderate armi nel dì di temeraria festa.

              -    Sti’ pantaloni… li odio! C’hanno sta’ vita lunga che… guarda…

No, carissima sconosciuta, a volte nutro la preoccupante sensazione che la vita sia troppo corta per godere della piacevole ebbrezza di ogni serata come questa, dove anche la mia riluttanza al poetare riemerge solo per darvi contro con intenti bellicosi appena impertinenti.
Ve la lascio qui sul tavolo, come un conto salatissimo da pagare…

 
La futilità di tette e culo
nei minerali fossili
senza sogni


Galleggio appena
nell'imbarazzo
che stillo segretamente
dalla grinza delle parole,
accigliate nella fronte ubriaca.

Monoliti dal volto scuro
che arginano sogni,
mi fan trattenere
a stento una chiassosa
vibrazione di scherno.
 
Agita appena l'intestino,
si inerpica in gola,
solleticando il palato,
tende le gote,
e scortese vacilla in bocca,
dove esplode con melodia
leggera nell’aria greve.
 
E sarei meno impreparato
se avessi ruttato,
scurrile irruzione,
nella mesta assemblea
di noia e vanità bicamerali.
 
Inadeguata protesta,
tuttavia non degna di
questa tremenda risata
sulle lacrime invidiose
di chi non vuol più sognare.
 
Se sono riuscito a
far sgorgare acqua
da queste smorte pietre,
le istruirò anche
ad osservare il mondo
con le palpebre
delicatamente
socchiuse.



Cari sassi senz’anima, potrei anche perdere la testa per un petto ingeneroso, per un sederone esuberante che sia. Come garanzia d’amore chiederei soltanto l’impagabile fascino di vivere ardendo di deliri, chimere e passioni.  E come avrete ben notato, la vostra fatua appariscenza colma di sé stessa e null’altro, è l’inesauribile carburante di uno spietato cinismo, è un incendio doloso sul mio severo spirito critico…
Sfarzosi idioti come me ce ne sono ormai pochi.


N.B.
L’idiota di gran classe è un medicinale, leggere attentamente il foglietto illustrativo, in caso di sovra dosaggio sono cazzi amari.
La timidezza media de “L’idiota di gran classe” non prevede fragorosi brindisi in caso di buon esiti carnali, citati per fini puramente drammaturgici. In quelle inconsuete e rare occasioni, costui avrà stampato in faccia un sommesso ghigno che serberà per sé stesso e che solo i suoi amici più fidati sanno riconoscere, mettendolo in imbarazzo.

Vuoi vedere che ho scritto tutta ‘sta solfa perché su ben undici esaminande, solo una raggiungeva un sei politico?!? Dentro e fuori s’intenda! ïŠ


Aut. Min. Conc.

I crampi al cervello sono iniziati alle 12:42 ma dureranno a lungo | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 23 aprile 2008 | in : myself, fancazzismo, scazzo giovanile
Si aggroviglia, si contorce, ti contorce, piega, squarcia il ventre, lo colma, e di pressione indotta ascende…

con un secco, netto e ondulatorio colpo di frusta nel midollo, risuona e si dipana nella gabbia toracica, serra i polmoni in spasmi, a contrizioni limitate….

sale ancora…


irrobustisce il gozzo, lo gonfia da esalare l’incontenibile dilatazione, ora solo rimandata, sospinta ai centri nevrotici, agli opachi schermi sulla vaga percezione del compensante groviglio esterno…
 
tambureggiano le tempie, imbeve di capillari la vista, la irrora di ferina riprovevole censura… scarlatta confusione pulsa nel cranio, un surrogato d’anima, di cuore…

ecco il culmine, l’inossidabile vetta dei capelli irti prossima al collasso, via il tappo ed emissione incontrollata di non controllo, esplosione accecante d’ira…


eccolo, sul filo di lana, in punta di piedi su un affilato rasoio di una sinapsi scheggiata, impazzita,
scende quasi di grazia dalla guglia appuntita come atavico fendente rudimentale,
uno strenuo rinculo fin giù nella gola, risuona nel palato,
vibra sui denti ed incontenibile
l’aria scaccia l’aria,
il groviglio
contorto
esplode…


VAFFANCULO!
I crampi al cervello sono iniziati alle 20:47 ma dureranno a lungo | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 19 marzo 2008 | in : myself, costume e società, birrette, donnole, idioteca
… specie quelle fredde, anche se chi mi conosce mi smentirà subito dicendo che ho una predilezione per le calienti…

Quelle poche che ho avuto sono state indimenticabili, a loro va tutta la mia devozione e gratitudine possibili.
La scalata a tutte le altre sarà ardua, anche perché sembrano essere una massa indistinta, sono tutte ugualmente inarrivabili. Si suol dire così quando con loro non si ha fortuna, si tende quasi a ripudiarle, ma poi si sa che sono imprescindibili per l’esistenza di noi uomini.
Ed il peggio è che tutti le desiderano, è un morbo comune, diffusissimo, sempre sulla bocca di tutti, il che rende preziosa ogni singola conquista, tanto da vantarsene spesso con gli amici.
Sono lì ammiccanti e lucenti, coi loro sgargianti richiami, mi seducono, mi hanno già conquistato, due sole non bastano mica a quietare le voluttuosità di un omaccione virile come me, ne voglio ancora! E ancora!
Me ne frego se dicono che possono rovinarti la salute, è bello inebriarsi del loro profumo, del loro gusto rotondo, io le amo e non posso farne a meno, le voglio tutte, che loro siano d’accordo o meno, non lascio niente a nessuno!


Trafugate di nascosto, residuo bellico di una festicciola piuttosto briosa e combattiva. Un ingente arsenale alcolico da riconsegnare alla patria di legittima provenienza, dopo che il casolare, estemporaneo teatro del conflitto, era stato invaso dagli ormai onnipresenti imprenditori edili inglesi, proprietari e despoti, che brandiscono contratti d’affitto faraonici come se fossero coltelli a serramanico a tradimento… questi inglesi… che peggio di blatte, scarafaggi e qualsiasi sgorbio che viaggia su più di quattro zampe, s’insediano da anni nei rustici delle nostre campagne che tanto li affascinano.

Toccava a me il compito di infiltrarmi infido tra le loro fila, o quei birromani, durante la ricognizione della casa dopo la loro assenza, avrebbero ingiustamente rivendicato anche il possesso delle preziose dame di luppolo, che solo per esigenze logistiche erano state lasciate lì, in attesa che qualche impavido ubriacone tornasse a salvarle.
Eccomi damigelle! Apro il frigo, carico alla svelta tutte le 43 bionde giovinette e fuggo, inosservato, perfettamente mimetizzato alla polvere, al biascicato brusio british che pervade la casa di ostilità e le ossa di paura, al silenzio del bacarozzo che in qualche stipite di finestra avrà allestito la sua palla di merda.
Gli inglesi non si accorgono di nulla ed io fuggo con la refurtiva, con gli ostaggi ormai liberati.

Tanto per festeggiare, non mi perdo in regali inchini e pompose formalità. Assalto subito da buon maniaco tre damigelle, ci do dentro, le faccio mie senza lasciargli alcun modo di reagire. Ne ingurgito gli umori con avida spudoratezza e frastuono di rutti che sembra sia tornata la guerra col suo cupo echeggiare polvere da sparo. Invece son soltanto i fuochi della festa, artefici di luci e boati per esultare con tutta la patria, ce l’ho fatta! …fiuuuuuuuu…BBBBBUUUUURP!!!!! Applausi e grida di gioia!

Proprio a me dovevano capitare 21,5 litri di birra incustodita? Mi sento un indegno plebeo nel custodire un così ricco forziere.
Quanto dureranno stivate e protette nella mia camera gli onori della vecchia guerra? Sarò in grado di preservare le preziose munizioni per la prossima festosa guerriglia?
Sbrighiamoci a fare un’altra festa o me le faccio tutte, avido, lascivo, egoista, giuro che me le fotto senza pietà! Sono lì ammiccanti e lucenti, coi loro sgargianti richiami, mi seducono, mi hanno già conquistato. Io le amo e non posso farne a meno, le voglio tutte, che loro siano d’accordo o meno, non lascio niente a nessuno se non ci si sbriga a berle insieme…


N.B.
I paragoni entomologici con gli inglesi vanno considerati nell’ottica baldanzosa del contesto pregno di alcol da stock familiare del market ultrarisparmio e miniqualità. Tuttavia ne varrà sempre la pena salvare la birra da altrui fauci!
Chissà quante donne sono cadute nell’equivoco iniziale credendo che stessi parlando di loro…
I crampi al cervello sono iniziati alle 11:14 ma dureranno a lungo | commenti (1)(popup) | commenti (1)
sabato, 08 marzo 2008 | in : ricordi, myself, affetti, commozione
Dico di avere crisi d'identità religiosa, di non sentirmi parte di un movimento, di un culto vero.
Credo a modo mio, come molti. Ed ingiurio qua e là qualche divinità, ogni tanto. Mi capita quando sono frustrato, nervoso, afflitto dal dolore, incazzato. Poi me ne pento, perchè è spregevole ingiuriare il Creatore.

Ed oggi, con la stessa disinvoltura, senza rendermene conto, mi sono trovato a mormorare tra me e me:

"Grazie Dio per avermi fatto vivere dei momenti così belli e intensi"

Me ne stupisco, mi commuovo.
So benissimo quali fossero quei momenti, so a quali persone associarli.
Mamma, Elena, parlo a voi, voi che in uno dei momenti più neri della mia vita, mi avete colmato il cuore di speranza e di sorrisi. E pensare che tutto ciò ha avuto il suo culmine in un ospedale, dove c'era un gran malanno da combattere e non sembrava possibile sorridere.
Ma non per voi, che in quei momenti mi avete fatto capire lo spirito con cui si affronta la vita, il vostro spirito, i vostri bei sorrisi.
Quei momenti, quell'unione d'anime, non li dimenticherò mai. Ne sarò per sempre grato al Signore.
Per questo oggi, festa della donna, voglio fare un augurio speciale a voi due, donne d'incatevole forza e bellezza d'animo.
Grazie. Per aver condiviso insieme a me gioie e per avermi insegnato a sopportare i dolori.
Anche se poi è stato il gran malanno a vincere, anche se l'amore di una coppia è finito, sarete sempre nel mio cuore.

AUGURI!

anche a tutte le altre donne... un omaggio speciale da alcuni miei vecchi amici... :)

I crampi al cervello sono iniziati alle 13:27 ma dureranno a lungo | commenti (1)(popup) | commenti (1)
venerdì, 29 febbraio 2008 | in : malinconia, myself, cinismo, idioteca
Un vecchio cappotto fuori moda, dei pantaloni logori o dimessi perché non più sufficienti a percorre il giro vita.
Oggetti svalutati dal tempo che perdono quasi ogni valore affettivo e utilitaristico.
Tuttavia il processo è reversibile, esistono dei validi rimedi. Come farsi assalire dalla nostalgia e sentirsi vintage, dimagrire, o trovare qualche cimelio danaroso nelle tasche. Sensazioni che risarciscono l’ingratitudine del tempo, la bulimia notturna e la grave dimenticanza di qualche sostanziosa banconota o qualche più veniale spicciolo sonante.
Da non sottovalutare, inoltre, altri tipi di rinvenimenti simbolici, che possono rendere la riscoperta di questi capi d’abbigliamento ancor più gratificante... magari quel vecchio cappotto ha riscaldato la lunga e fredda attesa alla stazione quando si è andati a trovare un vecchio amico, oppure in quei pantaloni giaceva stropicciato il biglietto del primo concerto con tanto di autografo ormai pressoché illeggibile…

Non credevo potesse accadermi qualcosa di simile, proprio mentre con perizia da ladro frugavo nella pensilina portatile, l’ospitale ed orrendo riparo contro il freddo, il giubbetto indegno di tal nome. La stessa oca che una volta razzolava e cagava per l’aia, avrebbe preferito godere di un eterno riposo adagiato su un feretro di tagliatelle caserecce, piuttosto che sentirsi profanata ora, da abbandonato piumino. Temevo che una colonia di tarme, che ormai riconoscevo come legittime proprietarie del piumino, potessero sbranare quell’invasione di domicilio.
Giù adagio con le dita, a scansare le insidie della trappola.
Afferrata una consistenza cartacea, estrassi con sorpresa la mano ancora intatta dalla tasca. Peccato per quella gioia subito scemata in delusione. Avevo solamente scovato il loculo di un pezzaccio di carta impregnato di un inchiostro blu sbiadito. Beh, tanto valeva la pena curiosare di cosa fosse imbrattato quel foglietto.
Le lettere erano talmente deformi e scolorite da far credere che nella tasca fosse piovuto per giorni. La grafia contorta era comprensibile quel tanto che bastava per far affiorare lo stupore di un vecchio ricordo, di una solitaria serata al pub.
Tutto tornò alla mente con lucidità sconcertante. Quel foglio giaceva in quel poliestere farcito d’oca da almeno quattro anni, ovvero da quando avrei chiamato quel ridicolo involtino giubbetto, da quando farcivo io stesso i pantaloni con due taglie di girovita in più.
Ero solo, con una birra, avvolto nel caldo coricarsi dei pensieri nell’alcol. E presi ad insinuare silenziosi apprezzamenti negli occhi di una sconosciuta. Trascrissi tutto con maniacale cura ed altrettanto folle incoscienza.

Vendimi anche solo una bugia.
Fa brillare slealmente un canino,
ne conserverò la scintilla come compiacenza,
faremo finta che tu non abbia ringhiato sfiducia
per un impari e sterile sorriso,
per qualche fotogramma rubato con vergogna.
La foschia delle tue chiacchiere indaffarate,
della frangetta ammaestrata a nasconderti…
Sfuma leggero ed incompreso il riflesso
della mia luce che s’inchina
alla fuga del tuo aspro prestigio.
L’immortalità di uno sguardo,
timido paladino di un destato sogno,
vuol disorientare la bugia svenduta,
che non vorrà più essere appuntita
ma smussata in un rimpianto sorriso […]


A quei tempo amavo scrivere così di getto delle poesie, lo trovavo distensivo. Avevo una certa predisposizione nel catturare frammenti da quelle serate spese a scovare i segreti della gente che non conoscevo. L’unico disagio era la tremenda vergogna per ciò che i versi mi rivelavano. Erano così spontanei da cogliermi impreparato, imbarazzato talvolta.
Poteva la mia miseria contenere quelle assurde pretese?
Compiuto il loro tragitto nella carta e nell’anima, da figlie precoci delle mie emozioni, queste planavano agilmente da sole, incidendo traiettorie estasianti nei cieli per cui mi prostravo a quel genere di fantasiste alate.

Avrei voluto nascondere il foglio volante nella borsetta di quella ragazza, quanto meno avrei cercato di essere più manifesto di un frazione di retina che quasi non faceva in tempo ad imprime nulla, tant’ero evasivo in quegli sguardi.
“Sii azione, sii azione, basta con le parole” cercando di motivarmi, di fare un cenno con una mano che somigliasse ad un saluto, ad un invito al mio accomodante tavolo. Niente, restavo silente con la mia poesia incompleta, senza uno sbocco concreto e senza finale.

“… in un rimpianto sorriso di… rimpianto sorriso per… sorriso? No, allora, facciamo mente locale… per cosa si può sorridere?!?”

La ragazza esasperata o attratta da altro che non fosse incompiutezza esce di scena, suggerendomi la chiusura più opportuna, per la quale è valsa ritrovare questo foglietto in fondo al suo baratro dimenticato, per cui rivendico di esser stato “poeta”, per cui ho riso di gusto.

[…] L’immortalità di uno sguardo,
timido paladino di un destato sogno,
vuol disorientare la bugia svenduta,
che non vorrà più essere appuntita
ma smussata in un rimpianto sorriso…
Tagliente quanto basta a scucire
i punti della tua fica di legno.


La brezza leggera da sfruttare con la maestosa apertura alare dei primi versi, si fa ciclone nel quale franare, schiantarsi al suolo ridendo, facendosi beffa dell’alta quota raggiunta, della morte certa.
Lì sul momento relegai questi versi al dimenticatoio del dimenticato giubbetto. Mi sembravano arraffoni e inconcludenti, mi lasciavano impresso il retrogusto di quel tacito rifiuto, lei non doveva andarsene, avrebbe potuto pazientare qualche minuto mentre avrei sconfitto il timore di avvicinarla!
Ora che li ho riesumati ne sono fiero e divertito. Magari sapessi ancora librarmi in aria con questa disinvoltura… la mia abilità non era tanto prender facilmente quota, ma uscire indenne dai più rovinosi atterraggi sull’osso del collo. Bastava scrollarsi la polvere di dosso e nemmeno sembravo un fortunato reduce di un disastro aereo, ma un acrobata paroliere davvero esperto a volteggiare a casaccio.

E’ un peccato che ad oggi la poesia mi lasci quasi del tutto inerte, non mi sento più folgorato dai versi, dal loro illuminante bagliore. Ne ho perso il senso critico, la suggestione. Questa grossa passione è stata largamente sostituita dalla prosa. Peccato.

Praticamente da allora non scrivo più poesie, né mi riesce di leggere quelle degli altri.

Tuttavia, il valore simbolico di quest’ultimo resterà impagabile.
Sfarzosi idioti come me ce ne sono ormai pochi.
I crampi al cervello sono iniziati alle 21:10 ma dureranno a lungo | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 27 febbraio 2008 | in : myself, costume e società, scazzo giovanile, contro le istituzioni
Ok, lo ammetto, sono un gran cagacazzi.
Spesso non mi limito a post futili che nessuno legge. Proprio per questo li inoltro per e-mail anche a perfetti sconosciuti, ho le necessità fisiologica di arrivare col mio messaggio, altrimenti ne soffro.

Per una volta, dico UNA che mi sentivo vagamente utile con la  divulgazione sociale (vedi post precedente linkato qui) un coglione ha la brillante idea di minacciarmi così (cito testualmente la mail che mi è arrivata):

la prossima volta che mi arriva una mail da questo indirizzo vado dai carabinieri e ti denuncio. Non mandarmi più mail visto che la prima è una mail delle poste che non ho ben capito...

D'istinto verrebbe da sommergere di ogni elucubrazione, pensiero, teoria e congettura tutta quella gentaccia che avrebbe a cuor leggero questa insipida e stupida reazione.

Denuncia per cosa mi chiedo io? Per così poco? No, questa volta andrò fino in fondo, sono realmente intenzionato a darmi al volantinaggio indiscriminato, alla propaganda totalitaria! Basta con le inutili pubblicità sotto i tergicristalli! Divulgerò con mano lesta ed illegale questi 6 punti altamente informativi (e sovversivi a quanto pare dai riscontri)

Non so esattamente perchè, ma sento di dover sposare in pieno le ragioni di questa santa crociata, davvero. Non c'è solo un mio tornaconto da scrittore esordiente, quelle parole mi hanno illuminato e spronato, c'è una giusta causa che voglio dannatamente sostenere, mettendoci la faccia, rimettendoci la credibilità. L'editoria italiana allo stato attuale è affare per pochi immeritevoli privilegiati (e quando mai in Italia potrebbe vigere una meritocrazia?!?!?) e se qualcuno ha il coraggio di dirlo e tentare di sanare la piaga, merita tutta la mia stima ed il mio incondizionato appoggio!
Non mi stupirei se provocando ancora queste forme sottosviluppate d'intelletto e intolleranza riuscissi a macchiarmi la fedina penale.
Tanto è comprovato e risaputo che nel nostro Bel Paese per essere criminali a tutti gli effetti bisogna essere dei perfetti sconosciuti non tutelati dall'interesse di nessuno, ma soprattutto bisogna commettere "crimini" ridicoli... masterizzzare qualche cd, fare gli "spammer" per qualcosa di utile ed altre sciocchezzuole per cui i politici lasciano l'incombenza al proprio intoccabile parentado... mah... voglio approfittare del più sputtanato degli assiomi giuridici "LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI", e dimostrare che si può incorrere in grane giudiziarie e ammende pecuniarie per dei reati che i potenti più sprovveduti ignorano completamente, rientrando nell'ordine dei farabutti immuni da queste bazzecole. Restano tuttavia quei cittadini privilegiati che hanno il lusso di farsi delle sonore e grasse risate con il rischio che voglio intraprendere... che paese di merda, che gente di merda, chiederò asilo politico alla Papua Nuova Guinea, o al peggior offerente...
I crampi al cervello sono iniziati alle 01:58 ma dureranno a lungo | commenti (1)(popup) | commenti (1)
Prendetemi sul serio stavolta, andrò a trattare un argomento delicato, proverò a far luce su una delle tante zona d'ombra dove i cattivi gongolano dei loro sporchi affari...

Mi rendo conto che è lungo, che arrivare alla fine potrebbe essere problematico, ma ne vale la pena.

Si parla di editoria italiana, un mondo sempre più allo sbando che non lascia margini all'innovazione, domaninato dall'oligarchia dei potenti e famosi. Per fortuna di chi attribuisce ancora una valore autentico e non commerciale alla letteratura, I SOGNATORI, una piccola casa editrice di Lecce,  vuol provare a ribaltare l'orribile trend, ad istituire una meritocrazia che come in qualsiasi attività del nostro Bel Paese esiste solo nelle propagande elettorali e nelle idealogie da pulpito subito smentite dagli affari sotto banco.
Finalmente un editore con LE PALLE QUADRATE! Spero di poter contribuire concretamente alla loro causa. Leggete e stupitevi, c'è ancora qualcosa di valido sotto a tutto questo marciume...


fedelmente tratto da questo link http://www.casadeisognatori.com/2urlo.htm

1) La grande truffa del contributo editoriale
La maggior parte delle case editrici italiane, al momento di pubblicare un esordiente chiede, anzi obbliga lo scrittore, a “contribuire” (da qui il nome) alle spese che verranno affrontate per stampare e pubblicizzare l’opera. Una richiesta che a qualcuno potrà sembrare sensata, ma che invece nasconde una vera e propria truffa.
Accettare o meno una richiesta di contributo è fondamentalmente una questione "etica". La nostra posizione è molto chiara al riguardo: fare il gioco delle case editrici che obbligano (perchè di un obbligo si tratta) gli esordienti a pagare il contributo significa "pompare" denaro nelle loro casse, potenziandole a scapito di quelle (ormai pochissime) che invece non chiedono alcun contributo. Si rafforza, così, un sistema volto a dare spazio soltanto a chi può permetterselo economicamente.. Non ci vuole poi tanto a farsi pubblicare in Italia, insomma: basta piegarsi alla logica imperante ed avere un gruzzolo da parte, indipendentemente dal talento di cui si è in possesso. Ma tra farsi pubblicare in questo modo e farsi pubblicare senza contributo c'è la stessa differenza che intercorre  tra l'andare a letto con una donna innamorata, e l'andare a letto con una bellissima donna che richiede un contributo per le sue prestazioni. Non è un caso, dunque, che in Italia il mercato del libro sia saturo di libri scadenti: chiunque, anche con un talento mediocre, può farsi pubblicare, basta possedere qualche centinaia di euro, e il gioco è fatto. Farsi pubblicare da una casa editrice che non richiede contributo è molto più difficile, perché edita solo quei lavori in cui crede fermamente. E questo spaventa gli esordienti, che fuggono a gambe levate verso quella concorrenza pronta a dare spazio, come si suol dire, a cani e porci.
Detto questo, c’è anche da dire che conosciamo bene gli enormi costi di un’attività editoriale, e sappiamo che restare a galla in un mercato sovraffollato come quello italiano è complicatissimo. D’altronde tutti vogliono farsi pubblicare, ma in pochissimi vogliono fare qualcosa per garantire la sopravvivenza della piccola editoria, appoggiandola anche economicamente tramite l’acquisto dei libri che essa edita, con orgoglio e passione. A meno che non si verifichi un cambiamento di rotta, le piccole case editrici sono destinate ad estinguersi, e di questo passo gli esordienti avranno di volta in volta un alleato in meno nella lotta al sistema sclerotizzato dell’editoria italiana. E si arriverà al punto in cui tutti gli esordienti, indistintamente, per veder pubblicata un’opera dovranno sborsare tra gli 800 e i 7000 euro, a fronte dei pochi euro coi quali è possibile sostenere chi va controcorrente.
Comunque, noi non chiederemo mai il contributo: a questo punto, meglio chiudere i battenti e ritirarsi dignitosamente, piuttosto che passare dalla parte del nemico.
Noi ce l’abbiamo, un’etica…
 

2) Il nostro "no" alle librerie
“SULLE LIBRERIE”
di Aldo Moscatelli
Sono un lettore come tutti voi. E come tutti voi, conosco la magia delle librerie. Nei lunghi pomeriggi universitari, ero solito trascorrere il mio tempo bighellonando da una scansia all’altra; prediligevo gli orari morti, quando le librerie sono vuote e regna un silenzio confortante ed ossequioso.
Da scrittore, ho spesso sognato di poter vedere un mio libro riposto negli scaffali, od esposto (quanto ero ingenuo!) in vetrina. Mi piaceva l’idea di scorgere qualche ignaro lettore intento a sfogliare le pagine dei miei libri, nella speranza di cogliere un sorriso d’approvazione.
Chi ha avuto modo di leggere “Lo scrittore inutile”, racconto di chiusura de “Il cimitero dei giocattoli inutili”, sa bene di cosa parlo.
Divenuto editore, mi sono scontrato con una realtà ben diversa. E ho capito che in libreria non ci sono soltanto i libri, amici e compagni di tutta una vita. Ci sono anche persone, e interessi economici più o meno leciti. Così, quando a febbraio ho cominciato questa avventura nel mondo dell’editoria, dopo aver racimolato le informazioni necessarie, ho deciso di fare a meno delle librerie “classiche”.
Per tre motivi in particolare:
1)      La ricerca di un canale di distribuzione, lo sconto librario e compagnia bella, fanno lievitare il prezzo di copertina del 30% e anche più. Ora, in un paese in cui tutti si lamentano del caro prezzi, e in cui i libri arrivano sugli scaffali alla modica cifra di 16-18 euro, mi è parso giusto andare controcorrente. Con tutti i rischi che ne derivano. È chiaro che il lettore preferisce tastare con mano il prodotto. La strada de I sognatori, in tal senso, è decisamente in salita. Abbiamo puntato tutto su qualità e costi contenuti: speriamo che i lettori apprezzino il fatto che ci sia qualcuno, in Italia, desideroso di far risparmiare loro qualche euro.
2)      Come già accennato, la logica delle librerie è ormai esclusivamente commerciale. In sé, la cosa non stupisce, né deve stupire. Tuttavia, inserendo la libreria classica all’interno di un contesto più ampio, ci si rende conto che essa è concausa di molti problemi legati al mondo dell’editoria. Ad esempio: che fine fanno i libri delle case editrici emergenti? Buttati in un angolo a prendere polvere, a meno che non ci siano rapporti “di altro tipo” tra libraio e casa editrice. Quanti libri scritti da scrittori emergenti finiscono in vetrina? Nessuno, a meno che lo scrittore non abbia pubblicato per i soliti noti. Terza domanda: se un cliente entra in libreria e, rivolgendosi a un addetto, chiede consiglio su quale libro acquistare, quante possibilità ci sono che l’interrogato suggerisca il titolo edito da una piccola casa editrice, e scritto da un autore esordiente?
Ora, ogni volta in cui mi capita di parlare di questo argomento, c’è sempre qualcuno pronto a citare la libreria “alternativa” che agisce in maniera differente. Che esistano non lo metto in dubbio, però io non ne ho mai trovata una. Qualche giorno fa ho fatto visita ad una libreria che, in base al parere di un’amica, si distinguerebbe per lo spazio promozionale offerto alla piccola editoria. Sarà… ma in vetrina campeggiavano Moccia, Dan Brown, Melissa P. e Fabio Volo. L’unica scrittrice emergente era Licia Troisi. Che pubblica per Mondadori. Ho detto tutto.
3)      Il fattore che in maggior modo mi tiene a debita distanza dalle librerie, come editore, è l’opzione dei resi. Per il sottoscritto, un ricatto bello e buono. Una libreria, infatti, può tranquillamente restituire le copie di un libro rimaste invendute, indipendentemente dalla promozione e dalla visibilità concesse all’opera. È pacifico che, relegando i lavori della piccola casa editrice in uno scaffale nascosto nella toilette, le copie resteranno invendute. Ma al libraio tutto questo importa poco: male che vada, potrà restituirle senza rimetterci un centesimo.
Riepilogando:
- i servigi (o pseudo tali) delle librerie incidono sul prezzo di copertina;
- il gioco varrebbe pure la candela, se le librerie si impegnassero sul serio nella promozione delle opere pubblicate da piccoli editori. Ma sappiamo che così non è: chi già gode di budget faraonici e campagne pubblicitarie a tappeto, usufruisce della maggiore visibilità. Poco importa se i libri piazzati in vetrina vengano considerati un po’ da tutti delle schifezze immonde. Ripeto, il discorso cambierebbe se la medesima opportunità di successo (cioè di vendita) venisse concessa a tutti, indiscriminatamente;
- l’opzione dei resi avvantaggia troppo le librerie e sfavorisce eccessivamente le piccole case editrici. In tal senso, occorrerebbe operare dei distinguo, rendere il sistema più elastico, tutelare in qualche modo la piccola editoria di qualità. Se si parla di visibilità, I sognatori e Mondadori sono su pianeti differenti, ma se si parla di resi, vengono poste invece sullo stesso piano. E questo non mi sembra giusto.
Concludendo, non è da escludere che in un prossimo futuro anche I sognatori possa adoperarsi per rendere più capillare la propria distribuzione, rivolgendosi alle librerie. Ma finché le nostre forze non ci consentiranno di correre simili rischi economici, le librerie continueremo a frequentarle soltanto come clienti.

 
3) Sul proliferare dei libri di facile consumo
La rete è piena di gente che parla malissimo di certi scrittori di successo, saliti alla ribalta per aver scritto il solito romanzetto di facile presa. Nulla di strano, per carità. Tuttavia, continuiamo a credere che il problema non stia tanto in chi scrive, ma in chi edita e in chi compra. Qualunque scrittore, infatti, dall’autore esordiente a quello affermato, dal più disonesto degli imitatori al giovane di talento, afferra una penna (o un portatile), inizia a pensare e poi scrive. Incipit-svolgimento-finale. Raccatta le bozze e le sottopone al giudizio di qualcuno. Quel che avviene dopo ha poco a che fare con lo scrittore. Sono le case editrici ad editare e promuovere (a suon di milioni) lavoretti di scarso valore. Lo scrittore non punta una pistola alla tempia dell’editore, quindi è quest’ultimo a peccare di disonestà culturale, se vogliamo essere precisi (i danni arrecati dagli scrittori incapaci sono altri: ne parleremo certamente più in là). C’è chi scrivere pensando ad Aristotele e chi scrive pensando al conto in banca: in entrambi i casi ci si espone al giudizio degli addetti ai lavori, e in seguito dei fruitori veri e propri. Se le case editrici operassero un filtro degno di tale nome, certi lavori non vedrebbero mai la luce. Ma tant’è.
Gli editori, a loro volta, promuovono quel tale romanzo perché sanno benissimo che un mucchio di gente lo acquisterà ad occhi chiusi. Ora, se i lettori fossero disposti ad offrire le medesime opportunità tanto allo scrittore sulla bocca di tutti quanto allo scrittore sconosciuto, le cose andrebbero diversamente. Purtroppo, però, la maggior parte degli italiani acquista quattro o cinque libri (i soliti noti, ovviamente) nel corso di un anno, tralasciando tutto il resto.
In questo modo, la sperequazione aumenta; gli esperti di marketing, quei gran cervelloni, si accorgono che a vendere sono soltanto gli instant-book. E le case editrici… le case editrici si adeguano, pubblicando quello che la maggior parte dei lettori, occasionali o non, richiedono.
Come risolvere il problema?
Non certo intervenendo alla fonte, dal momento che uno scrittore deve essere libero di scrivere quel che gli pare (o quel che può: il talento non è uguale per tutti). Ma se i lettori mandassero un segnale forte alle case editrici, e quest’ultime si decidessero una buona volta a scegliere con criteri differenti da quello meramente commerciale le opere da pubblicare, qualcosa forse cambierebbe.
Per dirla in due parole: non è tanto quel che si compra e che si legge a esacerbare il sistema, ma quel che non si compra e non si legge.
Facile, poi, che in assenza di pietre di paragone, un lettore inesperto (anche in buona fede) scambi il diario di una ninfetta sicula per un testo provocatorio, ignorando al contempo chi siano Nabokov, Bukowski, Ballard e Miller. 
 

4) Sull'arroganza di certe case editrici (esperienza di vita vissuta)
ESPERIENZE TRAUMATICHE
di Aldo Moscatelli
 Avviso: questo post potrà essere compreso appieno soltanto da chi NON considera un’opera letteraria, scritta da sé o da altri, come un banale insieme di fogli numerati.
Sul finire del 2003 contattai i tipi di una casa editrice campana per sottoporre alla loro attenzione alcuni miei racconti, poi terminati nella raccolta “Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati”. Inviai il pacco tramite raccomandata con ricevuta di ritorno; la ricevuta tornò fra le mie mani a distanza di due settimane, regolarmente firmata. Iniziò così la solita, snervante attesa; ero pronto a pazientare per i consueti tre-quattro mesi, ma a un certo punto mi resi conto che le cose stavano andando un po’ per le lunghe. Inviai così una mail nella quale chiedevo (gentilmente) spiegazioni circa il ritardo nell’inoltro del responso. Mi fu risposto che (cito testualmente):
“Il suo lavoro non risulta pervenuto in forma cartacea a V., da qui il fatto che non le è stato risposto, anche perché non sapevamo a cosa rispondere”.
 Naturalmente la notizia m’inquietò non poco, e chiesi immediatamente spiegazioni; ero in possesso della ricevuta controfirmata da un loro addetto (il nome era ben leggibile e mi fu confermato che la firma riportata apparteneva a una loro dipendente), a testimonianza di come il mio pacco fosse regolarmente giunto in redazione. La loro risposta, di una freddezza e di una maleducazione uniche, verté su pochi concetti insulsi, tra i quali (cito ancora una volta testualmente):
 1) “riceviamo circa 800 testi all’anno, e rispondiamo a circa il 99% degli autori, fra l’altro senza chiedere un centesimo come tassa di lettura”;
2) “il suo sgomento è esagerato”;
3) “lei è libero di esternare tutta la delusione che crede… ma in un Paese in cui si dà sempre tutto per scontato una risposta come la sua è pienamente coerente”;
4) “la sua fiducia nei riguardi del sistema editoriale italiano rischia di venir meno GRAZIE a noi? Cosa rispondere se non: si figuri!” (seguono tanti ghirigori a forma di sorriso).
A questi quattro punti replicai in questo modo:
1) “Non mi interessa nulla della vostra presunta semi-infallibilità, né vedo cosa possa centrare col mio caso. Avete smarrito i miei racconti e invece di chiedere scusa vi nascondete dietro sterili statistiche. Complimenti! Inoltre: asserite di non chiedere un centesimo per la lettura dei lavori. E ci mancherebbe pure! Ma cosa siete, una casa editrice o un’agenzie letteraria?”
2) “Il mio sgomento è esagerato? Certo, non siete voi ad aver perso soldi, tempo e speranze per un errore altrui, no? Non è che per caso siete voi a minimizzare, e a fingere che nulla di importante sia davvero accaduto? Cosa ancor più grave: senza neanche scusarvi per il disagio arrecato; ammettete sottovoce l’errore ma invocate a gran voce mille attenuanti pur di non chiedere limpidamente scusa. È così umiliante per voi dare ragione a uno scrittore esordiente?”
3) “Posso esternare tutta la delusione che voglio, eh? Già, tanto a voi che importa? Io sono l’anonimo scribacchino, il numero archiviato in un fascicolo. Delle mie rimostranze potete fregarvene, perché siete dall’altra parte della barricata; in caso contrario (o se mostraste almeno un minimo di empatia) vi scrollereste di dosso quella spocchia da giudici supremi e capireste davvero in cosa avete sbagliato: non tanto nell’aver smarrito un pacco (certe cose capitano a tutti, me compreso), quanto nell’esservene fregati dell’errore commesso. Qualora nella vostra mail vi foste degnati di scrivere cose del tipo: “abbiamo perso il suo pacco, siamo mortificati e speriamo che lei voglia concederci una seconda possibilità, nella speranza che l’incidente occorso rimanga isolato”… beh, non avrei avuto alcun problema a rispedirvi i racconti. Perché, mettetevelo bene in testa, qui nessuno pretende miracoli: ci si aspetta soltanto di essere letti e valutati. Voi lo avete fatto? No! E allora tacete. È il vostro vittimismo, piuttosto, a ben rappresentare il nostro Paese: voi, che pretendete di essere ringraziati anche davanti agli errori più grossolani, sperando che la gente presti maggiore attenzione alla quantità delle promesse sbandierate piuttosto che alla qualità dell’effettivo servizio prestato.
4) “Sì, la mia opinione nei confronti del sistema editoriale è ormai finita sotto le scarpe, anche grazie a voi. Ma non siate timidi, o modesti: devo ringraziarvi eccome! Mi avete svelato anticipatamente il vostro vero volto, arricchendomi con un’esperienza in più (della quale farò tesoro in futuro). Meglio così, credetemi. Il fatto stesso che, nonostante la notevole estensione della vostra mail, non mi sia stata rivolta alcuna scusa per l’incidente verificatosi, è indice (a mio parere) della vostra superbia, nonché espressione di un certo modo di considerare la figura dello scrittore esordiente qui in Italia. Ad ogni modo, vi invito a chiudere qui la questione e a non inviarmi ulteriori mail. In caso contrario, vi informo sin da ora che eventuali, nuovi messaggi di posta elettronica riceveranno lo stesso trattamento riservato ai miei racconti: ovvero, non verranno letti, ma ignorati e immediatamente cestinati”.
A distanza di dieci giorni mi giunse una mail da parte del direttore editoriale in persona. L’oggetto faceva riferimento a certe misteriose scuse…
Le pretendevano da me o si trattava piuttosto di un intempestivo mea culpa?
Mistero dei misteri…
 

5) Le esperienze “traumatiche” di altri scrittori esordienti     
Il signor P. ci ha fatto notare che nel Rifugio degli esordienti è segnalata come “non a pagamento” una casa editrice che invece chiede il contributo agli scrittori. Nulla di cui sorprendersi, in tal senso; fortunatamente c’è un numero crescente di esordienti che rifiuta a priori l’idea di pubblicare col contributo. Si tenta quindi di mascherare la verità in due modi: o tacendo sulla richiesta di denaro o negandola apertamente. A che pro? Semplice: in questo modo gli scrittori invieranno comunque il proprio lavoro e chi lo riceverà tenterà di convincerli a sganciare i soldi con lodi sperticate, promettendo mari e monti sul piano distributivo e pubblicitario, coscienti di poter trovare (e probabilmente ci riescono davvero) il proverbiale pollo da spennare.
      Anche G. ci ha raccontato la sua esperienza, che è poi quella di tanti esordienti: ha scritto un romanzo, lo ha spedito in giro per l’Italia, soltanto due case editrici le hanno risposto (con la solita lettera fotocopiata, però), poi ha scovato una micro-casa editrice che le ha concesso fiducia e le ha pubblicato il romanzo a costo zero. In tal senso, la caparbietà di G. è assolutamente ammirevole. E allora diamola un’opportunità, a questa piccola e coraggiosa editoria! Sì, pubblicità e distribuzione saranno difficoltose ma, con l’aiuto di tutti, noi piccoli potremo crescere e dare filo da torcere a chi intravede, nei sogni degli scrittori di talento, qualcosa su cui lucrare. C’è da dire che l’impegno col quale operano le piccole case editrici non a pagamento è enorme. C’è un dato incontrovertibile a sostegno della nostra tesi, ed è questo: laddove gli editori a pagamento, ottenendo il contributo, coprono praticamente tutte le spese (e non solo), e possono quindi fregarsene se poi un’opera viene venduta concretamente, le case editrici non a pagamento devono invece sudare sette camicie per poter rientrare nelle spese.  E l’unica arma a loro disposizione è la vendita: hanno tutto l’interesse, dunque, a piazzare le copie. Il futuro dell’editoria italiana passa anche attraverso l’operato delle piccole case editrici, ne siamo certi.
      V. M. ha invece espresso un’esigenza umanissima degli scrittori esordienti, attraverso queste poche parole: “Quando inviamo un nostro manoscritto ad una casa editrice, credo che una risposta la meriteremmo. Magari anche negativa, ma motivata”. Lo crediamo anche noi, l’abbiamo già detto e lo ripetiamo: i responsi-fotocopia non servono a un tubo, e non sono professionali. La nostra casa editrice fornisce (senza chiedere un centesimo) schede di valutazione lunghe e dettagliate, indipendentemente dal responso. Cerchiamo di offrire qualcosa in più perché, francamente, ce ne freghiamo di ciò che fanno gli altri. Le normali case editrici inviano letterine prestampate? Fatti loro. Esistono le agenzie letterarie? E chi se ne frega. Combattiamo certi malcostumi da tempo, non ci lasceremo certamente mediocrizzare da chi sostiene che “la realtà è questa e bisogna accettarla perché tutti fanno così”.
      Qualcun altro, infine, ha sollevato un problema ancor più delicato, sostenendo che pure gli scrittori esordienti, accettando il ricatto del contributo, alimentano “questo circuito perverso”. Noi ci spingiamo oltre: non solo alimentano il circuito, ma sviliscono se stessi, il proprio talento (per chi ce l’ha) e la professione di scrittore. Confondono le acque, oltretutto, perché c’è gente convinta che uno scrittore, anche se pubblicato col contributo, sia superiore a uno scrittore rimasto anonimo per non aver ceduto al medesimo ricatto. Così non è. La differenza fra i due non è qualitativa, ma economica. Segno che la meritocrazia ormai non esiste più, o sopravvive a stento.
Sul fatto che gli scrittori siano concausa del problema, dunque, non ci piove. Da mesi ci sgoliamo ripetendo che bisogna cambiare la situazione. Che gli esordienti devono maturare un’etica forte. Che bisogna portare pazienza. Che bisogna evitare le case editrici a pagamento e incentivare quelle, coraggiose, che pur con un misero budget a disposizione si fanno in quattro per aiutare gli scrittori capaci ad uscire dall’anonimato.
 
6) L'incuria di certi scrittori esordienti
Non passa giorno senza che qualche scrittore, contattandoci, non ci avverta che:

“per evitare spiacevoli incomprensioni, dichiaro di non essere disposto a pubblicare mediante contributo editoriale”.

Un’affermazione del genere lascia intendere che chi ci ha contattato, non solo non ha la più pallida idea di chi siano i sottoscritti, ma non si è premurato neanche di leggere la home page del sito. Avrà rintracciato l’indirizzo chissà dove, e poi via: romanzo in allegato e mail di routine. Noi non pretendiamo che qualcuno vada a leggersi ogni pagina del sito (operazione che porterebbe via, comunque, non più di mezz’ora), ma almeno il “programma d’intenti”, in modo da conoscere la nostra politica editoriale. Per non parlare del concetto stesso di “mail prestampata”, aborrita da certi scrittori esordienti quando sono le case editrici ad inviarle; per poi rivalutarle, invece, quando sono loro a non avere tempo…
Ci sono inoltre scrittori che dichiarano:

“dopo aver attentamente studiato il vostro catalogo, ho deciso di inviarvi questa raccolta di poesie, certo che potrà trovare adeguata collocazione all’interno del suddetto catalogo”.

Piccolo particolare: noi non pubblichiamo poesie…
In casi come questi, si passa dalla superficialità alla presa in giro. Un conto, infatti, è limitarsi a non leggere, un conto è fingere di aver letto (attentamente!) e dichiararlo per farsi belli. Fin qui abbiamo avuto il tempo (e la pazienza) di rispondere ogni volta che, come già specificato nel sito, la nostra casa editrice non prende in considerazione lavori di quel genere. Oggi, stanchi dell’approccio dilettantistico palesato da alcuni scrittori esordienti, abbiamo deciso di ignorare mail e lavori non in linea con quanto espressamente richiesto, inserendo l’avvertenza sul sito. È chiaro che i frettolosi, quelli che spediscono poesie e saggi che nessuno ha chiesto, non leggeranno l’avviso; tuttavia, potremo permetterci di ignorarli e di risparmiare (anche noi) un po’ di tempo.
Il mondo editoriale non è, come vorrebbe qualcuno, tutto bianco o tutto nero. Vi sono molteplici fasce intermedie, per cui generalizzare e categorizzare non ha alcun senso. C’è casa editrice e casa editrice, così come c’è scrittore esordiente e scrittore esordiente. In quest’ultimo caso, alcuni di essi mostrano attenzione e scrupolosità, altri denotano atteggiamenti superficiali che vanno soprattutto a loro svantaggio. Per fare i soliti esempi: a che pro spendere fior di euro per l’invio cartaceo di poesie e saggi, senza aver avuto PRIMA l’accortezza di appurare se quella determinata casa editrice è interessata a quel genere di pubblicazione?
E ancora: perché spedire un romanzo a una casa editrice a pagamento, se poi non si ha alcuna intenzione di contribuire alle spese? Non è meglio svolgere una piccola ricerca, prima di recarsi alle poste? Ma evidentemente alcuni scrittori preferiscono dilapidare risorse piuttosto che impiegare qualche minuto della propria vita a reperire le dovute informazioni.
È proprio questo il punto: tutto quel che facciamo – con particolare riferimento alla mole di informazioni presenti sul nostro sito, e inserite ormai da due mesi – ha lo scopo precipuo di far risparmiare agli scrittori tempo e/o denaro. Se scriviamo a chiare lettere “NON prendiamo in considerazione poesie e saggi”, è perché ci rammarica l’idea che qualcuno, per via di una nostra eventuale negligenza, possa gettare al vento soldi e speranze.
Idem per quel che riguarda l’invio dei lavori; anche su questo fronte, il nostro sito è molto chiaro: chi desidera inviarci del materiale cartaceo, magari romanzi poco voluminosi, è liberissimo di farlo. Chi invece predilige l’opzione dell’invio in allegato mail, è tenuto ad acquistare un lavoro presente nel nostro catalogo. Ora: fotocopiare e spedire (in posta prioritaria) un lavoro di 150 pagine costa circa dieci euro; i libri presenti nel nostro catalogo, invece, hanno un prezzo di copertina pari o inferiore a tale cifra. È chiaro (se la matematica non è un’opinione…) che uno scrittore, davanti alla necessità di spedire tomi superiori alle 150 pagine, ha tutto l’interesse ad avvalersi della spedizione in allegato. Cosa ancora più importante: in allegato è possibile spedire anche due lavori simultaneamente (due romanzi da 200 pagine l’una, per esempio), sempre dietro acquisto di un solo libro.
Nonostante questo, giungono in redazione quasi giornalmente dattiloscritti cartacei di centinaia e centinaia di pagine. Basta contare i francobolli o dare un’occhiata all’etichetta adesiva impressa sul plico, per scoprire quanto ha speso il mittente: in media, dai 4,50 ai 6,50 euro, con punte anche maggiori. Tutti i lavori, adeguatamente fotocopiati, presentano fascette laterali in plastica dura, e spesso sovraccoperte in cartoncino o in plastica. Per farla breve: c’è chi arriva a spendere più di 15 euro per fotocopiare, impaginare e inviare il proprio lavoro, quando basta spedirlo in allegato per risparmiare qualche euro e (soprattutto) portarsi a casa un libro.
Lungi da noi annoiarvi con la solfa del “bisogna aiutare concretamente la piccola editoria” (concetto che tanto resta a portata di pochi, e da pochi attuato), o elencare i motivi per i quali certe persone rinunciano volontariamente alle opportunità da noi offerte. Ma per tornare all’argomento iniziale, di una cosa siamo certi: molti scrittori rintracciano l’indirizzo della nostra sede leccese in giro per la rete (sul Rifugio, per esempio), prendono nota e poi spediscono direttamente il dattiloscritto, senza neanche premurarsi di visitare il nostro sito.
Perdendo, in questo modo, l’opportunità di risparmiare un po’ di soldi, di conoscerci meglio, e di evitare figuracce scrivendo mail lapidarie come questa:

“vi spedisco in allegato il mio ultimo romanzo. Attendo contratto”
I crampi al cervello sono iniziati alle 23:23 ma dureranno a lungo | commenti (popup) | commenti
venerdì, 22 febbraio 2008 | in : sport, calcio, myself, orgoglio, tripudio
Nessuno nasce imparato, ovvio.
Salvo avere delle attitudini, delle doti innate, ciò per cui eravamo predestinati a distinguerci sin dal grembo materno.
Prima o poi in ogni persona emerge una peculiarità, un talento inspiegabile mai appreso, tale da far sì che a svolgere quel determinato compito in quella determinata maniera, sia un’estrosa ribellione didattica, una tecnica non comune, fuori dagli schemi ma ugualmente valida e finalizzante. Anzi, forse c’è qualcosa in più in chi ce l’ha dentro, scritto nel destino e nei cromosomi.

Quindi cedo la parola all'immagine, inspiro e la contemplo.



Questo è solo un lembo della maglia della squadra nazionale più titolata al mondo.
Mi è stata riportata da mio padre dal Brasile, gliel’ho espressamente richiesta.
Indossarla investe e ricopre di fierezza e di quella tipica sfrontatezza verde-oro a saper trattare la palla. La sento come una seconda pelle, ci riconosco a pieno le miei origini in questa simbiosi epidermica.

Finora ho solo fatto vedere giusto un po’ di questa presunta bravura.
Da domani si farà ancor più sul serio, PERCHE’ SONO NATO PER GIOCARE A CALCIO!

...un difensore non fa 5 gol in metà stagione così per caso...
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