Ringrazio Danielle Bianchi per avermi concesso di riprodurre questo suo meraviglioso testo. Lo sento pienamente descrittivo del mio attuale stato d'animo, e trovo debba essere divulgato per il suo profondo significato. Potete trovare questo racconto con relativi commenti a questo link.
Ognuno ha i suoi tempi. C’è chi risorge in tre giorni, chi in mesi, chi in anni. Io risorgo solo quando scrivo, quando metto una parola dietro l’altra, quando lascio scorrere i pensieri così in fretta che le dita non riescono a star loro dietro. Rinasco quando per la città ascolto dialoghi, quando osservo la gente e, prima ancora di capire che cosa queste persone dicano, quelle parole si inseriscono in me con l’identica forza e lo stesso impeto di una stilettata. Rinasco quando ho davanti a me un solo foglio bianco che posso riempire di inchiostro nero. Ho solo vent’un lettere eppure, non so nemmeno come, riesco a dare loro una forma, le combino, le distorco, le ritrasformo per poi tornare a riplasmarle con la medesima facilità con cui si potrebbe giocare con del pongo.
La scrittura per me è liberazione, è come camminare sotto la pioggia e decidere di non aprire l’ombrello: sentirsi liberi di lasciarsi bagnare da un qualcosa che potrà farti ammalare ma che, se non la provi, non puoi davvero identificare come felicità. La scrittura per me è fatica, la fatica di spingermi oltre, di stropicciare la vita, ridurla in pezzi fino a non aver più un punto di inizio ed è analizzarla così nel profondo che potresti finire con l’annegarci dentro. È come entrare nella fuliggine e uscirne bianchi come delle colombe una volta finita la prima bozza. Già, scrivere per me è così: sporcarsi fino al midollo, sentirsi così pieni di catrame al punto di non riuscire quasi a respirare e, poi… poi essere come delle bolle di sapone trasportate dal vento.
A volte, invece, scrivere equivale ad essere spietata. In questi momenti aggredisco la pagina, graffio i fogli, uccido le rime e decapito le lettere come fossero tante Anna Bolena.
Per un lungo tempo è stata illuminazione e perdizione. È stata come il primo amore: forte, irriducibile, crudele e ingorda di attenzioni e tempo.
A volte è stata l’ancora di salvezza, quell’unica cosa che non mi ha impedito di andare a fondo. A volte, invece, la pesante zavorra che mi ha trascinato sul fondo di un oceano troppo salto e troppo gelido anche solo per starlo ad ammirare.
Spesso ho pianto per lei, spesso ho litigato con e per lei; troppo spesso le ho voltato le spalle e, ancora troppo del “troppo spesso”, l’ho stretta tra le dita facendola quasi soffocare.
Ora so che nonostante tutto, sapendo che rischierò di perdermi come un pellegrino senza bussola in un deserto troppo ampio e caldo, non posso farne a meno. Credo di non aver mai amato qualcosa così tanto, così tanto fino a sentire un dolore fisico se mi si viene proibita.
Molte storie che ho scritto spesso hanno indugiato a lungo prima di farsi sentire, hanno sondato il terreno e cercato di capire quanto potevo essere affidabile al fine di permettermi di dar loro voce. Mi piace pensare che un giorno una storia arriverà così tanto a fidarsi di me che, nel silenzio generale, mi si siederà di fianco e sarà lei a chiedermi di essere raccontata. Ma forse ciò non succederà oggi e nemmeno domani né quello dopo ancora e ancora, e ancora, e ancora. Forse anche le storie hanno i lori tempi. Tempi. Tempi.
di Danielle Bianchi

E’ come dopo aver fatto l’amore per la prima volta. Un bel, lungo e spossante amore.
Raccolta di racconti brevi? Storia su più livelli? Un confusionario blocco narrativo? Forse nulla di tutto ciò. semplicemente ANDY WAHROL AVEVA QUASI RAGIONE è un viaggio.
Se ve ne dovessi parlare in breve direi più o meno queste cose sull’ennesima sfida che mi ha costretto a divertirmi in lunghe notte insonni sulla tastiera. Nemmeno voglio pensare ad una nuova sfida editoriale, ora devo solo godere del momento, vedere crescere la mia creatura, correggerla dove necessario, il dopo si vedrà.




- l'uno scrive testi di denuncia politica, l'altro testi di umorismo sociale 

Nella mia giovine vita si sono alternati più lettori multimediali che non donne. Il che sembrerebbe una candida ammissione di sfiga e inesperienza, un rinculo tremendo di sociopatia brufolosa, acne e tante di quelle patologie adolescenziali.
le e lo ritrovo sudato fradicio dopo l’epica lotta. 







